Davide, tutti ricordiamo La più grande e la sua memorabile piratessa Shi Yu. In Otto invincibili, incontriamo Ella: un’altra protagonista femminile che compie un viaggio dalle stalle alle stelle, o più letteralmente da una gabbia di galline. Ella non fa nulla per compiacere il lettore, è ruvida e commette errori dettati dall’ingordigia di potere. Cosa ti affascina così tanto di queste ragazze ’spigolose’ e respingenti?
“Di solito io parto dal mondo: la realtà concreta in cui i miei personaggi dovranno poi muoversi. E il mondo da cui viene Ella è la miseria. Quella sporca e cattiva. La campagna che non ha niente di bucolico ed è solo fatica e fame. La mamma di Ella (che lei chiama “la vecchia”) è abbrutita e non ha mai mostrato verso la figlia un gesto di tenerezza o gentilezza. Come potrebbe, lei, essere diversa da quello che è? All’inizio del libro è incattivita, affamata di rivalsa, abituata a graffiare. Non sono caratteristiche che mi affascinano, anzi, ma sono le uniche possibili per questa storia”.
Nel libro il sistema magico è materico: i flumen si librano nell’aria, o almeno così dicono quelli che li vedono, l’oro respinge la magia, gli invincibili provano un intenso dolore fisico quando rigenerano i propri corpi. Come nasce l’idea di dare una consistenza così corporea e sensoriale agli elementi fantastici di questa storia?
“Inventare un universo fantastico è più difficile che ambientare una storia nella nostra realtà, perché l’elemento magico è molto difficile da bilanciare. La magia spesso è troppo forte, “vale tutto”. E io non volevo che funzionasse così, perciò ho cercato un modo di limitarla, di raccontare in modo chiaro cosa può e non può fare. La soluzione più semplice che mi è venuta in mente è una magia “fisica”, un’energia visibile che può essere manipolata, anzi, ricamata nei materiali. Una forza concreta. Nel mio mondo non si può per esempio usare la magia per leggere nella mente di qualcuno. Ma si può usare la magia per muovere le labbra e la lingua e i polmoni di qualcuno e costringerlo a dire la verità”.
I protagonisti, gli Otto invincibili, prendono il nome dai peccati capitali. Eppure, nel corso della storia, questi “peccati” non sembrano affatto i cattivi, ma anime intrappolate.
“Questo è, in assoluto, il mio romanzo che ha avuto la gestazione più lunga. Sono quasi diciassette anni che tra i miei appunti ogni tanto rispunta l’idea di base… un gruppo di esseri invincibili che sono, però, allo stesso tempo, gli ultimi della Terra. Potentissimi, e allo stesso tempo schiavi, prigionieri dei loro poteri, della loro immortalità, del loro destino. Onestamente, non ricordo da dove è venuta l’idea dei peccati capitali. Sapevo che i miei guerrieri dovevano essere otto (che in Cina è il numero magico per eccellenza, vagamente avevo nella testa le leggende degli otto immortali cinesi). Poi un giorno, credo per caso, mi sono messo a studiare i peccati capitali, peccato che fossero soltanto sette… Finché ho scoperto che, in realtà, nel Medioevo, erano otto, perché esisteva anche il peccato di Tristezza. Un’amica mi ha citato un verso di Borges. Ho avuto il nome del mio protagonista”.
Il legame tra Ella e Tristezza è magnetico ma profondamente tormentato. All’inizio c’è una dinamica servo-padrone brutale, dove lei, la “cattiva” di questa coppia, lo costringe persino ad abbaiare come un cane. Eppure da quell’inizio molto “feroce” e pieno di “inutile dolore” nasce un sentimento profondo, un’attrazione che si nutre di sguardi e silenzi. Come hai lavorato sul rapporto di questa coppia per far evolvere un’iniziale costrizione magica in un sentimento di complicità così autentico, senza mai banalizzare il dislivello temporale e di potere che c’è tra una quindicenne e un immortale di trecento anni?
“In tanti anni di lavorazione e meditazione su questo libro, avevo accumulato molto materiale preparatorio. Conoscevo bene il mondo, la sua geografia, il passato di tutti i personaggi… Invece non mi sono preoccupato un istante di pensare a cosa sarebbe successo nel libro, a quale storia pensavo di raccontare. Ho proprio lasciato che arrivasse un po’ per volta man mano che scrivevo. Ella si ritrova in mano un incredibile potere: come lo usa? Cosa vuole farci? Tristezza vuole essere libero: come può provare a conquistarsi questa libertà? Tra i due è subito scoccata una forte attrazione, ma è ostacolata dal fatto che i loro desideri sono sempre in contrasto. Alla fine, io credo, questo è prima di tutto un libro sul consenso. Dare, ricevere, accettare, ascoltare”.
Nel libro la chiave magica del comando passa da re e duchi a… uno scoiattolo e a un maiale che inghiotte la chiave e diventa il padrone del cavaliere di Avarizia. Oltre a essere una trovata ironica divertentissima, sembra quasi una satira politica: il potere assoluto brilla nelle mani (o nelle budella) degli ultimi della terra. Come mai queste scelte?
“È una domanda bellissima, ma è una domanda da lettrice. Io non lavoro mai in questo modo, parto sempre dal basso. Sono sempre vicino ai miei personaggi, senza giudizio, cerco di seguire quello che fanno loro, e poi vedo cosa succede. Canaglia (uno dei personaggi secondari, n.d.r.) ruba un maiale. Vuole mangiarselo, ma Gloria è vegetariana. Il maiale inizia quindi a viaggiare con loro. E se poi il maiale viene lasciato libero, e trova qualcosa per terra che sembra un uovo, cosa succede? Eh. Che il potere può passare a chi non te l’aspetti. E alla fine non c’è nessun merito in chi acquisisce potere: è solo una cosa che ti capita. Poi però puoi decidere che uso farne”.
Senza fare spoiler sul finale, se tu fossi dietro al bancone di una libreria, come anticiperesti l’atmosfera di questo romanzo? Qual è la promessa che Otto invincibili fa al lettore che decide di salire a bordo del Carro Nero?
“Per me è stato un lungo viaggio. È un fantasy un po’ atipico, va più dalle parti di Berserk di Kentaro Miura che di Tolkien. Ma ha anche una parte fiabesca, un po’ alla Stardust di Gaiman, uno dei libri che ho riletto di più mentre scrivevo. Io non so se il risultato sia un libro bello, o se piacerà a qualcuno. Però, onestamente, penso che sia il migliore di quelli che sono riuscito a scrivere. Proprio tecnicamente, per tante ragioni, mi sembra il migliore. È stato significativo scriverlo. Nel mio lavoro fatico a chiedere più di questo. (Poi, va beh, mi hanno detto che adesso i lettori cercano libri brevi… questo è lunghissimo… diciamo che non sono proprio un genio del marketing, ecco.)”.